mercoledì, febbraio 03, 2010

Gill

Gill questa mattina mi ha detto
- Buona domenica! -
Oggi è mercoledì.
Gill è nato con il mondo, perchè io non posso credere sia uscito da una pancia, e da che chiunque si ricordi, Gill è sempre esistito. Vagava per certo negli anni settanta per Bologna sull'autobus 14, e tutti potevano riconoscerlo dalla grande macchina fotografica che portava sempre appesa al collo.
Adesso Gill raramente vaga, come faceva per certo negli anni settanta, perchè fa il portiere nella biblioteca del quartiere Barca. Non ha più tanto tempo di vagare adesso, Gill.
Ovviamente lui non è un portiere come gli altri, ovvero non si preoccupa solamente di stare nel suo gabbiotto a guardare la gente che passa. Lui partecipa attivamente a tutti quei passaggi. Apre la porta e segue chiunque, preferibilmente di sesso femminile, anche se mi piace pensare che Gill sia assessuato, e da sotto i baffi e l'immancabile completo dice sempre qualcosa. Lui ama semplicemente parlare, a volte del tempo, a volte di cose surrealmente inquietanti ( -Ma a te piace studiare di più sul letto o venire in biblioteca?- ).
Gill noi lo prendiamo per com'è, soprattutto perchè non ci sono alternative, ma ancora di più perchè è nato con il mondo.

martedì, gennaio 12, 2010

I fought the law and I won.

La mattina dell'11 gennaio arrivo in via Zamboni con la fedele bicicletta, la parcheggio ad economia perchè pare abbia il monopolio delle rastrelliere di tutta la zona universitaria, forse pensano di iniziare a farlo pagare sto parcheggio, e ricavarci qualche soldo, non so. Cammino sotto il portico allucinata un po' perchè sono agitata, un po' perchè mi sono addormentata alle cinque e quel poco che ho dormito mi sono sognata l'art. 132 della Costituzione, insomma niente di entusiasmante e che possa favorire sonni tranquilli. Non ero più abituata alla via Zamboni delle otto di mattina, tutta fatta di strade bagnate appena pulite e portico davanti al Teatro Comunale senza barboni, con la musica dell'opera che si diffonde in piazza Verdi e crea un effetto un po' sinistro a dir la verità; arrivo al numero ventidue e le porte di Palazzo Malvezzi sono chiuse, aspetterò qua fuori finendo di morire mi dico, ed in effetti mi appoggio ad una colonna e aspetto. Attira la mia attenzione una porticina dall'altra parte della strada che generalmente è chiusa, si intravede gente che entra ed esce, gente che entra e non esce, gente che guarda chi entra. E' una chiesa perdio. Entro o non entro.

Entro. Stanno iniziando le lodi mattutine ed i banchi sono tutti pieni, quindi rimango in fondo a formulare silenziose preghiere e a chiedermi come è successo che io sia entrata, guardo le altre persone che sono tutte lì per lo stesso motivo, ovvero tanti altri piccoli ipocriti come me, io mi sento così a volte, ipocrita, mossa dalla necessità, tendente solo al proprio fine, molto utilitarista, eppure comunque lo sto facendo e molti altri non lo fanno e magari così scopro qualche cosa che non ho ancora scoperto e che posso scoprire solo qui, in questo posto un po' misterioso e che mi sembra non ci fosse fino a ieri. Invece c'era, mi dicono così.
Le porte di Palazzo Malvezzi si sono aperte e così entriamo un po' titubanti nel chiostro, cerchiamo l'aula grande, ci sediamo. E così è qua che oggi in questo modo mi riconcilio con quello che sono e che volevo essere e scoprirò se è giusto, anche se tendenzialmente non sono queste le cose che fanno presagire, mai, semmai sono le cose che come i lampioni nel parco illuminano un pezzettino piccolissimo di visuale, eppure è quello che c'è e quello che bisogna farsi bastare.
Insomma la prima parte di questo Esame inizia e non mi voglio esprimere su quello che mi è successo in quel momento, ovvero mi è venuto da canticchiare un motivetto che non ricordo, stai zitta stai facendo un esame mi sono dovuta ripetere un paio di volte, e fuori c'era il grigio che in fondo non mi disturba, perchè dentro di me sono blu, blu come l'acqua che non è blu, blu come il cielo che non è blu.
Un'ora dopo sulla porta dell'aula 13 c'era anche il mio nome. Tre ore dopo era finito tutto.

venerdì, gennaio 01, 2010

L'arte dell'utile interiore.

E' oramai consuetudine (manca sì il presupposto soggettivo; ma quello oggettivo è assolutamente innegabile--> comportamento messo in atto nella convizione che sia prescritto dal diritto) che io il primo dell'anno stabilisca con quale canzone iniziare. Non voglio spendere parole inutili e svilenti di quello che rappresenta la poesia della canzone, l'arte dell'utile interiore, oserei chiamarla.

Radiohead - Fog

There's a little child
Running round this house
And he never leaves
He will never leave
And the fog comes up from the sewers
And glows in the dark

Baby alligators in the sewers grow up fast
Grow up fast
Anything you want it can be done
How did you go bad?
Did you go bad?
Did you go bad?
Somethings will never wash away
Did you go bad?
Did you go bad?

lunedì, dicembre 28, 2009

A bullarsi si pagano sempre le conseguenze.

Oggi ho avuto una grande lezione. Che a bullarsi si pagano sempre le conseguenze. Io lo facevo riferendomi al fatto che nonostante neve e ghiaccio non ho mai rischiato di cadere. E oggi. Con la pioggia. Il castigo divino.

Torno a casa dalla biblioteca a piedi, per prendere un po' d'aria, e che succede, faccio per salire una specie di collinetta tutta fangosa, sicura di me e col cellulare in mano, forse non troppo cosciente del fatto che il fango è scivoloso, prima di accorgermene/pensarci/real
izzare/comprendere il pericolo cado nel fango (con la giacca bianca) cerco di rialzarmi, ricado, cerco di farlo di nuovo e non solo cado ma scivolo giù, mi impano completamente, cerco di rimettermi in piedi ma non ci riesco, salgo a gattoni nel fango, mi aiuto a rimettermi su due gambe con una recinzione e cammino con non chalance per tutta la parte di via dellaBarca che mi rimane per tornare a casa.
Entro e faccio molti più danni del bambino della pubblicità dell'Amuchina che, tra parentesi, è uno scempio del marketing scusate, quale mamma si rivedrebbe in quella che guarda il figlio riempire la casa di fango con occhi amorevoli e che si limita a dire: "Oh no, avevo appena pulito!". Prima cosa io il bambino lo meno a sangue, poi in seguito mi prodigo nel comprendere se sia meglio fargli pulire con la lingua o con i capelli. Ma va beh.
Ora sono qui e la caviglia mi fa male, e penso al bambino dell'Amuchina e penso alla precarietà della posizione eretta.

martedì, dicembre 22, 2009

Reckoner (Cathartic Mix)

Come sempre, uno non ha mai la sensazione di fare abbastanza: se io guardo dalla finestra non riconosco niente, se non cose e persone sepolte in una neve che fa autoconvincere del fatto che non si sta pensando, eppure è il momento di pensare.
Persone spaccate che incollano i propri pezzi con la neve e persone intere che si spezzano cadendo sul ghiaccio.
Non so dire da quale delle due parti io sia in questo momento, nemmeno se faccio parte di questo gioco, mi piace pensare di essere al di sopra di queste cose, anche se ne sono, semmai, al di sotto.
L'unica certezza è che nell'andare in biblioteca sicuramente mi spezzerò cadendo, risolvendo il dubbio di appartenenza che non mi attanaglia neanche troppo. Cercherò di scivolare silenziosamente per non turbare nessuno, neanche me stessa, in questo blocco che nessuno capisce e riconosce (ne io ho la pretesa di farlo) andando come ogni anno verso lo stesso punto, di partenza o arrivo che sia, ci è imposto dal costume social-religioso dopotutto, per cui.

martedì, dicembre 15, 2009

Canzone per Natale

Le finestre accese e le ombre tutte quante
insieme a conversare
Nelle strade tetre del quartiere un nuovo
centro commerciale
Alberi che puntualmente, giorno dopo giorno,
vengono a mancare.

E' la solita storia di tutti gli anni. Viene giù una spruzzata di neve, si accendono le luci di Natale del centro al sapore di tristezza di barbone che dorme sotto al porticciolo di via del Pratello e che aggiunge altri cartoni nel suo angolo nella speranza di isolarsi un po' da questo freddo della madonna.
Case nelle valigie e valigie nei corridoi.
Ah poi chiaro che c'è anche il mercatino di via Altabella. E' davvero il massimo della tristezza. Anche perchè quello lo ruba proprio il posto ai barboni che di solito si infilano lì eh. No, non sono d'accordo.

Sognò di festeggiare
Le nozze di Natale
C'è il temporale
E nelle case
la luce si fa artificiale

mercoledì, novembre 18, 2009

Freedom

Con quel maledetto di David Bowie a farmi compagnia mi accorgo di essere diventata un po' seria e giuro che non era nelle mie intenzioni, io voglio essere libera da quel peso come ho sempre cercato di fare, tenere la mia malinconia per me, e struggermi solo ogni tanto con qualche pezzo nuovo che lacera l'anima, anche se lo stesso effetto si potrebbe avere guardando per dieci minuti Amici, basterebbe anche solo l'audio perchè quella maledetta transessuale alla conduzione irrita veramente in modo incontrollabile l'udito, quando la sento riemergono in me tutti i pensieri brutti che ho avuto nella vita, come quando, andando a scuola nei giorni in cui aveva piovuto, vedevo i vermi sugli scalini del sottopassaggio di Casalecchio e pensavo, ma può esistere una merda del genere?
Ma non c'è assolutamente niente da fare perchè queste cose me le sono lasciate indietro. Mica uno si deve trascinare dietro i cadaveri, specialmente quando è stato sbattuto a forza su di un'altra strada.
Adesso la mia strada è via Belmeloro, e per ora non ho visto nessun verme quando pioveva. Non dalle sembianze animalesche, quantomeno, perchè su quelle umane non potrei giurarci.

Penso spesso allo schiavo Stico. Poverino.